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Iniziative in corso |
Lanciano nella realtà storica
della Frentania
Casa di Conversazione, 1° settembre 2005
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Prima di iniziare, desidero ringraziare il Lions
Club per avermi invitato a tenere questa conversazione
che, per ovvi motivi, non potrà oltrepassare i
limiti di una breve rievocazione. Ci sono qui
da noi parecchi studiosi che hanno dedicato decenni
della loro vita al nobile scopo di illustrare
la storia di Lanciano e della Frentania. Perciò
con maggior merito qualcuno di loro dovrebbe stare
adesso al mio posto. Non è senza imbarazzo, dunque,
che mi aggiungo alla loro schiera, prima di tutto
perché non sono un antichista e, in secondo luogo
perchè finora mi sono applicato ad esplorare la
storia della valle che mi ha dato i natali, ampliando,
così, l'opera di Corrado Marciani, di cui, idealmente,
mi considero allievo e prosecutore. Il suo metodo
storico - provvidenziale per tutta la storiografia
abruzzese - ha messo a disposizione della nostra
città e della regione una miniera inesauribile
di conoscenze, che gli storici faranno bene ad
elaborare, ancora a lungo, per la ricostruzione
di un più ricco ed articolato quadro della nostra
civiltà peninsulare. Si dirà che uno studioso
frentano non può ignorare la storia di Lanciano.
E' vero. Non può, anche se volesse, perché, in
un modo o nell'altro, essa s'impone comunque ed
occupa buona parte della ribalta. Nelle mie ricerche
io l'ho incontrata spesso, soprattutto come punto
di riferimento giuridico e commerciale per i paesi
del suo tradizionale entroterra; ma compariva
saltuariamente e, come si suol dire, a spizzichi
e bocconi. Perciò chiedo venia se dovessi incorrere
in qualche svarione. Se dovesse accadere, sono
sicuro che mi perdonerete di buon grado perché
ora vi annunzio che - se il Signore mi concederà
vita e salute sufficienti - donerò a questa mia
cara patria adottiva il frutto di un diuturno
lavoro di ricerche archivistiche. ***** Forse
non è il caso di ricordare - come fa il Priori
nella sua opera intitolata "La Frentania"- che
l'Abruzzo sarebbe stata la prima regione d'Italia
ad emergere dalle acque del mare, per cui avrebbe
ospitato quei remotissimi abitatori che egli chiama
Aborigeni. E' certo, comunque, che agl'inizi del
Novecento fu rinvenuto a Lama dei Peligni, in
contrada Fonterossi, i resti del cosiddetto uomo
della Maiella, conservati nell'Istituto di Antropologia
dell'Università di Roma e attribuibili al pre-neolitico,
sul finire del pleistocene. Altri reperti litici
nella nostra zona furono trovati a Lettopalena,
Scerni, Paglieta, Torino di Sangro, Ortona a mare,
Francavillla e in altri paesi ancora. Qualche
decennio fa il nostro concittadino Alfredo Geniola
diresse degli scavi, sempre a Fonterossi, e ancora
una volta vi si rinvennero resti di un insediamento
neolitico. Mi si dice ora che un po' tutta la
falda della Maiella orientale conservi ricche
testimonianze della vita preistorica. Per quanto
riguarda il territorio di Lanciano, il prof.Geniola
ci dice che "risalgono al pieno dell'era quaternaria
i manufatti litici raccolti presso Mozzagrogna,
S.Vito, la foce del Moro ed anche a Marcianese
e presso l'Ippodromo". Alla metà del V° millennio
a.C. risale l'insediamento di Marcianese, "formato
da un piccolo nucleo di capanne seminterrate...
Il villaggio fu abitato da un gruppo di produttori
di cibo, la cui economia era basata sulla coltivazione
di alcune specie vegetali e sull'allevamento,
con presenza del tutto marginale di attività venatoria".
E' del III° millennio a.C., invece, il giacimento
di Serre, mentre al II° sembra risalire l'isediamento
di S.Egidio, sotto le Torri Montanare. E qui va
sottolineato come il nostro paleontologo abbia
preso in considerazione "fin da quest'epoca la
delineazione della rete viaria dei tratturi, i
quali convergono attorno a quella che sarà la
Anxanum delle fonti romane". Si ritiene che l'arrivo
in Europa delle popolazioni europee si sia verificato
tra il V° ed il III° millennio a.C. Non c'è accordo
tra gli studiosi sulla loro patria originaria,
perché alcuni la indicano nella parte meridionale
della Transcaucasia e l'alta Mesopotamia, altri,
invece, nell'Anatolia. Esse diedero origine a
vari gruppi linguistici. Ne ricordiamo i principali:
i greci, gli slavi, i germanici, gl'italici, i
celtici e i celtiberi. La penisola italica è stata
interessata dalla diffusione delle lingue indoeuropee
lungo un ampio arco di tempo, il cui inizio è
forse collocabile già durante il neolitico. Tra
i vari gruppi italici che vi si insediarono, a
noi interessa quello sannitico, diviso in vari
sottogruppi: i Sabini occuparono l'area del reatino;
gli Equi abitavano la zona di Carsoli, Alba Fucens
e del Sirente; i Vestini si stabilirono intorno
a Pinna e Peltuinum; i Marsi nel Fucino; i Peligni
nella conca di Sulmona e dintorni; i Marrucini
intorno a Teate; i Carricini nella valle dell'Aventino,
tra Juvanum e Cluviae; i Pentri tra Aufidena,
Aesernia, Fagifulae, Terventum. Dovremmo aggiungere
che, secondo gli ultimi studi, pare che il monte
Pallano, con le sue mura ciclopiche, fosse abitato
da una gente di origine lucana. Se accettiamo
i confini tramandatici dalla tradizione, allora
dobbiamo dire che la Frentania si stendeva dal
Foro fino al Fortore, ad oriente della dorsale
appenninica, con le eccezioni che abbiamo già
indicato. I suoi centri più importanti in territorio
abruzzese erano Ortona, Anxanum e Histonium. Poi
c'erano centri minori come Juvanum, Cluviae, Pallanum,
Buca non lontano da Vasto, Trebula presso Quadri.
Invece, in territorio molisano, tra il Biferno
ed il Fortore, il centro più importante era Larinum.
Dunque, il territorio lancianese è stato abitato
sin dai tempi più remoti. Gli scavi degli anni
'90 ci hanno rivelato all'interno del complesso
di S.Francesco "i resti di un esteso abitato protostorico,
sviluppatosi a partire dalla tarda Età del Bronzo
(secc. XIII-X a.C.), a testimoniare un'apparente
continuità insediativa sino alla romanizzazione...
Questi livelli antropizzati proseguivano anche
a monte". Fin dove non sappiamo. Poi, nella prima
Età del Ferro "l'abitato protostorico di Lanciano
occupava le pendici e forse parte del Colle Pietroso,
almeno parte del pianoro della Sacca e l'intero
pianoro di Lancianovecchia, che ben si prestava,
per la sua conformazione morfologica ad ospitare
un abitato che fosse naturalmente difeso". E qui
va doverosamente ricordato che Florindo Carabba
precisa che non della Sacca si deve parlare per
questo periodo di tempo ma, piuttosto, del pianoro
di Civitanova. Sia come sia, l'importante è che
tale impianto urbanistico, secondo Andrea Staffa,
si protragga ancora nel VII-V a C., sia pur soggetto
a ristrutturazioni e restauri. Appare, così, plausibile
che tra il V° e IV° secolo Lanciano si fosse ulteriormente
ampliata, non diversamente da altri coevi centri
abruzzesi. Il nome di Lanciano, secondo Alfredo
Carpineto, deriverebbe da Anxa, latinizzato poi
in Anxanum, da porre in correlazione con la divinità
spesso citata nelle iscrizioni peligne col nome
di "Anaceta", corrispondente al latino "Angitia",
affine a Cerere dei Latini. Toponimi dalla stessa
radice si trovano in Lucania (Anxia) e in Anxur
(Terracina). Lanciano - come risulta dalla "tabula
peutingeriana" e dall'Itinerario di Antonino Pio
- era attraversata dalla via Frentana che partiva
dalla foce dell'Aterno, toccava Ortona e poi,
attraversato il Moro, arrivava a Lanciano, passava
per l'attuale Piazza Plebiscito, per il piano
della fiera, lasciando a sinistra l'Iconicella,
per accostarsi a Villa Romagnoli e di lì a poco
attraversare il Sangro per proseguire verso Istonio
e Larino, dove - come ci assicura il Priori -
si univa ad una via che continuava fino a Brindisi
e ad un'altra che portava a Roma. L'imperatore
Traiano nel 101 la restaurò e la lastricò, sicché
si ebbe un tracciato che da Piacenza giungeva
fino a Brindisi, mentre ad Aterno s'innestava
con la Flaminia-Salaria per la comunicazione con
le regioni dell'interno. Le fonti romane non ci
hanno tramandato molto su Lanciano e la Frentania.
Dobbiamo a Tito Livio le notizie che ci riguardano
per il periodo delle guerre sannitiche. Qui, anche
se il quadro generale, politico e militare, è
abbastanza chiaro, la ricostruzione liviana degli
avvenimenti è resa ardua dai fumosi ricordi del
fluido guerreggiare, dagli incerti nomi delle
località e dalle tradizioni delle casate romane;
sicché circa il ruolo strategico, il contributo
militare, gli orientamenti ideologici e culturali
della Frentania vorremmo saperne di più, visto
che grande era la posta in gioco: si trattava,
infatti, di decidere se alla stirpe osca o a quella
latina sarebbe toccato il primato in Italia. La
vittoria di Roma pose la premessa per l'unificazione
nazionale della Penisola. Ma un episodio è bene
ricordarlo. Accadde a Cluvie, la città che Adriano
La Regina localizza a Piano Laroma di Casoli:
siccome i Romani vi avevano lasciato un forte
presidio, i Sanniti nel 311 a.C. l'assediarono
e, dopo averla occupata, fustigarono e trucidarono
gli occupanti. Ma i Romani, a loro volta, ripresero
la città ed uccisero tutti i cittadini che avevano
passato gli anni della pubertà. Due anni più tardi
il console Rutilio devastò quasi tutti i paesi
della regione frentana. E siccome gli eserciti
romani distrussero quasi tutte le città degli
Equi, i Frentani, nel timore di andare incontro
alla stessa sorte, insieme ai Marsi, ai Marrucini
e ai Peligni si ritrassero dalla lotta e nel 304
a.C. strinsero alleanza con Roma. Dopo le guerre
sannitiche i Frentani furono di molto aiuto ai
Romani e seguirono le loro insegne dovunque venissero
portate nella conquista del Mediterraneo. Nell'89
a.C., a seguito del bellum sociale, ottennero
la cittadinanza romana. Lanciano, insieme ai centri
maggiori della zona, fu costituita in municipium,
con tutti i diritti di relativa autonomia che
tale status comportava. La civiltà frentana, già
abbastanza avanzata, fiorì ulteriormente, favorita
dall'attivissimo commercio con gli altri popoli.
"Vi erano tutti gli agi della vita - scrive il
Priori -; le scienze, le lettere e le arti erano
sviluppate, e nei centri più popolosi non mancavano
i teatri e altri pubblici divertimenti. L'uso
delle terme era generale presso tutti i paesi
di una certa importanza... Era grande e apprezzata
la civiltà frentana, la quale rimontava a un'epoca
più antica di quella romana. Di essa c'erano prove
chiare ed eloquenti, come si rileva pure dalla
difesa che Cicerone fece di Aulo Cluenzio Avito".
***** Ecco: le fonti romane non ci dicono molto
di più. In questi casi la conoscenza storica va
integrata con quanto è desumibile dagli scavi
e dalle iscrizioni. Sfortunatamente il nostro
patrimonio lapideo è stato, in buona parte, bollato
come falso o sospetto dal Mommsen. Il mio parere
è che, effettivamente, qualche falsificazione
ci sia stata, tra gli ultimi decenni del Settecento
e i primi dell'Ottocento, quando Lanciano contendeva
a Chieti il primato nella provincia. Si voleva
dimostrare che pure nell'antichità la nostra città
era stata la capitale della Frentania, vale a
dire della maggior parte del territorio provinciale.
Tuttavia è certo che il Mommsen abbia esagerato
e, infatti, gli studi successivi hanno notevolmente
ridimensionato i suoi pronunciamenti. Come se
ciò non bastasse, i reperti archeologici indicati
e descritti dagli studiosi locali sono stati recentemente
definiti "non verificabili" da Andrea Staffa e
dai suoi collaboratori. Insomma un'autentica graticola
per gli storici che si accingano a risistemare
scientificamente tutta la materia. A tal proposito
vorrei fare qualche riflessione che, forse, gioverà
a focalizzare pure altri nodi della nostra storiografia.
Domenico Priori sostiene che la capitale della
Frentania fosse Larino. Così scrive, infatti:
"L'antica Larino, fondata quattro o cinque secoli
prima di Roma, aveva molte migliaia di abitanti;
era cinta di mura alte 12 metri, con numerose
torri; aveva una zecca importante, le cui monete,
delle quali una con leggenda osca, provano l'antichità
e il primato della città; un anfiteatro di data
più antica del Circo Massimo di Roma, e che poteva
contenere circa diecimila spettatori; diverse
terme, molte fontane; un magnifico pretorio o
palazzo del governo; una basilica nella quale
si amministrava la giustizia e dove gli avvocati
e i tribuni davano pareri". Ora noi non staremo
ad analizzare i singoli punti di tale affermazione,
né abbiamo il tempo di ridiscutere gli argomenti,
pro e contro, fin qui usati intorno a tale questione.
Ma non possiamo fare a meno di chiederci: ma esisteva
nell'Italia preromana e poi in quella romanizzata
uno status politico-giuridico per cui una città
veniva eletta a capitale? A me pare di no. E,
tutto sommato, dovette sospettarlo anche il Priori
se, dopo aver parlato di Larino come di una città
ricca e potente, politicamente e demograficamente
importante, concluse affermando che, insomma,
essa era la "capitale spirituale" della Frentania.
Il che, eufemisticamente parlando, è davvero una
contorsione concettuale. Fatto sì è che, dopo
aver ricordato la divisione delle regioni italiane
fatta da Augusto, il quale assegnò la Frentania
al Sannio e Larino all'Apulia, il Priori ammette
che da quel momento in poi "Lanciano poté essere
considerata il capoluogo della Frentania... e
tale considerazione acquistò maggiore valore nel
medioevo in cui Larino decadde sotto il peso di
molte sventure, mentre Lanciano diveniva sempre
più grande e illustre per l'operosità intelligente
dei suoi figli". A noi tale ammissione potrebbe
bastare ma ci ronza nel cervello un interrogativo:
se per caso, cioè, Plinio il Vecchio non si sia
sbagliato nel definire frentani i Larinates al
pari degli Anxani (Historia naturalis, III, 105).
Ci deve pur essere una ragione valida se non solo
Augusto distinse i Larinati dai Frentani ma anche
Cesare (De bello civili, I°, 23), ed anche Livio
(Annales, XXVII, 43), ed anche Pomponio Mela (Chorographia,
II, 66). A meno che Plinio non si riferisse ad
una Larene effettivamente frentana, ubicata probabilmente
nei pressi di Villa S.Maria, lungo il corso del
Sangro, come nel 1992 ha sostenuto Elisa Salvatorelli
Laurelli in un suo studio intitolato significativamente
"Origine etnica dauna di Larino". Dal canto loro,
Coarelli e La Regina su tale questione si pronunziano
affermando che, pur facendo parte etnicamente
dei Frentani, Larino sembra aver sempre costituito
un cuneo autonomo tra area sabellica e area apula.
Dunque, se questi sono gli elementi a nostra disposizione,
pare ragionevole ritirare fino al Biferno il confine
meridionale della Frentania. Gli scavi del decennio
trascorso hanno dimostrato la sostanziale veridicità
delle informazioni tramandateci dagli storici
locali relativamente alle origini della nostra
città, e cioè che, accanto al nucleo principale
di Lancianovecchia, municipium in epoca romana,
ce n'erano altri, nella zona del Borgo e di Civitanova.
Per quanto riguarda la loro estensione reale,
la dinamica, le modalità, le interrelazioni e
i tempi del loro sviluppo, rimando alla pregevole
sintesi che su questo argomento è contenuta nella
storia di Florindo Carabba. Ma un dato mi piace
rilevarlo: la tradizione parla di un tempio di
Marte nel posto ove fu eretta la chiesa dell'Annunziata.
Ebbene, ascoltiamo quanto in proposito scrisse
a suo tempo Andrea Staffa: "A Piazza Plebiscito
sono state portate in luce delle fondazioni a
grossi conci di pietra, riferibili ad una struttura
di difficile interpretazione, con un orientamento
del tutto differente rispetto alla chiesa dell'Annunziata
ed ormai ridotta a livello di rudere nel momento
della costruzione della chiesa nel XIV-XV secolo.
La struttura presenta orientamento simile a quello
dei resti romani rinvenuti nel 1999 all'interno
del Santuario del Miracolo Eucaristico, per cui
appare attribuibile all'assetto di prima età imperiale
dell'area della piazza precedente alla realizzazione
del Ponte di Diocleziano". Dunque, le probabilità
che quelli fossero i resti del tempio di Marte
mi paiono altissime. Allo stesso modo, perché
mai dovrebbero mentire le fonti sei-settecentesche
quando ci parlano di un tempio di Giunone dove
ora sorge la chiesa di Santa Lucia e di un altro,
dedicato ad Apollo, dove nel 1227 fu costruita
Santa Maria Maggiore con gli stessi materiali
del tempio pagano? Come si vede, relativamente
alle dimensioni medie delle città antiche, si
va profilando la configurazione di un' Anxanum
vera e propria metropoli del suo territorio. Adriano
La Regina, con il quale ho avuto l'onore di collaborare
nel giugno-luglio del 1966, definisce il municipio
di Cluviae tra i più notevoli della Frentania
e, per la sua estensione, lo paragona a Aesernia
e Sulmo. Ora io conosco molto bene quel sito archeologico
e posso assicurare che, al confronto, l'area urbanistica
anxanensis - comunque la si consideri e relativamente
a qualsiasi periodo di tempo - risulta almeno
tre volte maggiore. E il fatto che il nostro agro,
in epoca romana, fosse densamente abitato e coltivato,
soprattutto lungo i tratturi e sui crinali che
scendono verso il fondovalle Sangro, non fa che
confermare la nozione di un centro da cui si irraggia
una realtà urbanistica diffusa e complessa, che
intercetta sia i flussi economici provenienti
dall'Appennino, sia quelli in senso verticale
tra Nord e Sud. Lì, nell'area archeologica della
Defensa, per l'abbondanza dei reperti venuti alla
luce, tra cui molti ex-voto fabbricati in loco,
Andrea Staffa suppone la presenza di un importante
santuario, non ancora localizzato, dedicato probabilmente
ad una dea autoctona, testimonianza degli intensi
rapporti commerciali e culturali tra Lanciano
e il suo vasto retroterra, abitato da Pentri,
Carecini e Peligni. Interscambi commerciali e
legami culturali con questi ultimi dovevano essere
particolarmente intensi se, come abbiamo già visto,
il nome stesso di Anxa pare derivi da una divinità
locale dei Peligni e, ancora, comune con i Peligni
avevamo il culto per la dea Pelina, anch'essa
autoctona. La presenza di tale culto in Lanciano
è attestata da un'epigrafe, manco a dirlo, ritenuta
falsa dal Mommsen. Ora, non si capisce per quale
tornaconto ci si dovesse inventare una dicitura
tanto anodina e dimessa come questa: "Alla benefica
Pelina Marco Albio Nicerato dedicò questo ex-voto".
Inoltre, si dà il caso che a Secinaro, provincia
dell'Aquila, nella chiesa di Santa Maria della
Consolazione, già tempio della dea Pelina, il
Febonio rinvenisse una lapide marmorea in cui
si legge di un Lucio Vibio Severo, quattuorvir
e patronus non solo di Superaequum ma anche della
frentana Anxanum e della vestina Peltuinum, il
quale in quel luogo indisse ludi solenni in onore
della dea Pelina. Si può discutere quanto si vuole,
ma a me paiono inoppugnabilmente dimostrate sia
la veridicità della nostra iscrizione, sia la
comunanza del culto suddetto tra Peligni e Frentani.
A differenza di Larino, ubicata a notevole distanza
dal mare, Lanciano sperimentò con Ortona forme
efficaci di cooperazione, moderne ante litteram,
che andarono sotto il nome di stuoli marittimi
e le permisero di aprirsi ai traffici con l'Oriente
e con l'Africa settentrionale, mentre per quanto
riguarda l'interno, sin dai tempi più remoti sono
attestati contatti commerciali con gli Etruschi
e con il Lazio: emporio dei Frentani, ecco una
qualifica che nessuno mai ha contestato ad Anxanum!
Pare che Larino iniziasse a decadere già in età
imperiale; certamente fu esposta a tutte le ondate
delle invasioni barbariche e subì più volte la
devastazione di violenti terremoti. Risultato:
la sua popolazione abbandonò la città per trasferirsi
là dove ora sorge la Larino moderna. Un capitolo
di storia si chiudeva definitivamente; se ne apriva
uno nuovo. La sorte fu più benigna con Lanciano.
Gli scavi archeologici hanno rivelato una sostanziale
continuità abitativa dalle origini fino ai tempi
nostri. Certo, ci dovettero pur essere, nei momenti
più critici dell'Altomedioevo, fughe e abbandoni
temporanei da parte dei suoi abitanti. Degrado
e precarietà nella vita quotidiana e nelle strutture
abitative sono testimoniati dal ritrovamento di
abitazioni in legno e terra nel centro di Lancianovecchia;
ma la trama della nostra storia non fu mai spezzata.
Nel 538, durante la guerra greco-gotica, Lanciano,
con tutta la costa chietina, rimase sotto il controllo
bizantino fino alla metà circa del secolo successivo,
quando, nonostante i perduranti traffici con l'Oriente,
"era divenuta insostenibile l'interruzione dei
contatti con l'interno, provocata dalle vicende
del confronto bellico tra Bizantini e Longobardi".
Fu a questo punto che le oligarchie locali dimostrarono
grande avvedutezza politica nel concordare l'annessione
pacifica al ducato di Benevento, ristabilendo
con i paesi del retroterra quel flusso di contatti
commerciali senza di cui sono destinate a deperire
sia l'economia della fascia costiera, sia quella
delle zone interne. Ecco: questa ininterrotta
trama degli avvenimenti ci autorizza ad applicare
legittimamente a Lanciano l'erme-neutica storiografica
che gli Annalisti francesi definiscono della "lunga
durata". La quale - lo diciamo in estrema sintesi
- più che studiare gli eventi militari e diplomatici,
predilige analizzare i contenuti e le modalità
delle culture che, sia pure trasformandosi, resistono
e si tramandano attraverso i secoli se le condizioni
fisico-ambientali non vengono stravolte. Da questo
punto di vista, se è vero che il passato aiuta
a comprendere il presente, è anche vero che il
"poi" può essere utilizzato per rivelare il "prima".
Ecco, allora, che la splendida civiltà medioevale
della Frentania, variatis variandis, presuppone
una stagione altrettanto industriosa nell'antichità.
Non è qui il caso di riferirsi ai singoli manufatti
(ceramiche, pellami, lane, panni, reti, cordami
di mare) che dal Mille in poi hanno caratterizzato
la nostra economia e che, in un modo o nell'altro,
e in varia misura, trovano il loro corrispettivo
nell'antichità. Ci basta constatare come le famose
fiere di Lanciano, passata la buriana delle invasioni
barbariche, riportino in auge quelle attività
mercantili supernazionali per cui la città si
guadagnò la fama di "emporium Frentanorum". Vi
ringrazio per la vostra attenzione.
Nicola Fiorentino
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